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Per riaprire lo Stretto di Hormuz, prima bisogna trovare le mine

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ROMA – Trump ha detto che lo Stretto è “già parzialmente aperto” e che “stanno cercando un paio di mine”. Una formulazione che sembra sottovalutare la complessità di ciò che attende la Marina statunitense. Perché non è nemmeno certo che le mine ci siano: decine di navi hanno attraversato lo stretto durante la guerra senza urtare alcun ordigno. A marzo il Centcom ha dichiarato di aver attaccato 16 navi posamine iraniane nelle vicinanze, ma l’impatto di quelle operazioni resta incerto, scrive il New York Times.

Prima dello scoppio del conflitto, le agenzie di intelligence americane stimavano che l’Iran disponesse di circa 5.000 mine di vario tipo: da quelle rudimentali che galleggiano sotto la superficie a quelle sofisticate sul fondale, dotate di sensori combinati capaci di rilevare il passaggio delle navi e in alcuni casi di immergersi più in profondità per sfuggire alle operazioni di sminamento. Alcune sono equipaggiate con contatori: esplodono solo dopo il transito di un numero prestabilito di imbarcazioni, rendendo i convogli particolarmente vulnerabili.

La Marina statunitense ha dismesso la maggior parte dei suoi dragamine tradizionali, sostituiti da navi da combattimento litoranee che però hanno un limite strutturale: non possono entrare in un campo minato. Il lavoro viene quindi delegato a droni di superficie e sottomarini – come il Knifefish, progettato per ispezionare il fondale con il sonar – e, nei casi più pericolosi, ai sommozzatori specializzati nello smaltimento di ordigni esplosivi. Le mine a induzione, quelle posate sul fondo, sono le più insidiose: i palombari statunitensi vengono addestrati ad affrontarle da soli, senza cima di sicurezza. Perché… è meglio perdere un marinaio che due.

“È un lavoro minuzioso”, ha spiegato al Nyt Scott Savitz della RAND: “Le mine sul fondale devono essere distinte da affioramenti rocciosi, detriti e oggetti accumulati in decenni di traffico marittimo.”

Trump ha già chiesto aiuto agli alleati europei. Parigi si è detta pronta a inviare navi sminatrici entro pochi giorni dalla firma dell’accordo, prevista per venerdì. Londra ha annunciato l’impiego di droni specializzati nell’ambito di una missione multinazionale. Anche Meloni ha detto che l’Italia darà un contributo.
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