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Pd spaccato sul manifesto, sul congresso irrompe rischio scissione

La sinistra archivia il Lingotto, Gori: potrei lasciare

Roma, 2 dic. (askanews) – Dopo due mesi di non detti e discussioni regolamentari nel Pd si comincia a fare sul serio e d’un tratto si parla del vero nodo della questione: il partito rischia una scissione, in gioco c’è la sua stessa identità e qualcuno comincia a dire esplicitamente che non è scontato che si resti tutti insieme. A innescare lo scoppio è stata la prima riunione del comitato costituente che si è tenuta ieri, una discussione tra gli 87 ‘saggi chiamati a riscrivere il manifesto dei valori del partito redatto nel 2008. Una riflessione che non si è limitata a fare una panoramica sui passaggi di quel testo inevitabilmente da aggiornare, a 14 anni di distanza, ma che è diventata una prova generale dello scontro che ci sarà al congresso. Dalle analisi di Nadia Urbinati (che anche in una intervista al Riformista dice che “un partito deve essere ‘parte, non tutto”), fino ad Andrea Orlando (che ha definito “ordoliberista” l’impianto dell’attuale manifesto Pd) è emersa una richiesta chiara, riassunta dalla proposta del sindaco di Bologna Matteo Lepore: “Chiamiamo il Pd ‘Partito democratico e del lavoro”.

Di fatto, è il senso, basta con il Lingotto di Walter Veltroni, si torni a un partito di impianto chiaramente solidamente socialdemocratico e si abbandoni una volta per tutte l’idea di rappresentare lavoratori ma anche imprese: la base da cui ripartire è il conflitto – ripete da settimane la sinistra interna – la lotta tradizionale tra lavoro e capitale, da lì bisogna ricominciare.

E’ ciò che molti temevano da settimane. Stefano Bonaccini, racconta chi ci ha parlato, da tempo ripete che la vera sfida al congresso sarà costruire le condizioni per tenere il partito unito, evitare che gli sconfitti si sentano ospiti in casa altrui e finiscano per andare altrove. E a confermare questi timori arrivano subito le parole di Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, ad Huffington post: “Se vince Schlein e il Pd diventa un’altra cosa, potrei lasciarlo”. Il dibattito sul manifesto dei valori è “surreale, assolutamente. Il messaggio che ci hanno dato gli elettori il 25 settembre non è ‘cambiate il manifesto’, ma semmai, cambiate la vostra classe dirigente. Siate coerenti con i vostri valori fondativi, non ‘cambiate i vostri valori fondativi'”.

E’ un dato di fatto che la discussione finisce per cancellare anche l’idea originaria sulla quale era nato il partito e rischia di innescare un effetto domino che può portare, appunto, alla rottura. Qualcuno dei partecipanti racconta: “E’ sembrato di vedere un attacco alle fondamenta stesse del Pd, non semplicemente la richiesta di aggiornare ciò che ormai è datato di quel documento”. Un affondo che, appunto, ha mandato in fibrillazione il partito. Basta leggere la reazione di Walter Verini, tesoriere del partito, braccio destro di Veltroni ai tempi del Campidoglio e poi della segreteria Pd: “Ho letto di giudizi liquidatori, tipici di una vera e propria vocazione minoritaria. Per quanto mi riguarda, consiglio a tutti un approccio più laico, senza damnatio memoriae e pulsioni rottamatrici. E, naturalmente, senza nostalgie”.

E Stefano Ceccanti in una lettera a Enrico Letta parla di “falsa partenza del comitato costituente” e chiede: “Il mandato è di proporre all’Assemblea nazionale di aggiornare un Manifesto da guardare comunque con rispetto o di azzerarlo ritenendolo da cestinare in blocco per sostituirlo con un testo completamente diverso? La mia disponibilità resta piena nel primo caso, mentre non vi potrebbe essere nella seconda”. Si fa sentire anche Debora Serracchiani: “Personalmente penso che non sia da buttare ciò che ci ha condotto fin qui e in particolare quel manifesto dei valori del 2007 e il discorso del Lingotto di Walter Veltroni”.

Giuseppe Provenzano attacca i “sedicenti riformisti” che protestano. “Mentre difendono una presunta ‘ortodossia democratica’, invece di stare al merito di una discussione che la sinistra di tutto il mondo sta facendo, minacciano di andarsene se a vincere non sarà il candidato che hanno scelto loro. Molto democratico, in effetti…”.

Chi invita alla calma è Lorenzo Guerini: “Nessuno deve uscire dal Pd. Tra l’altro non lo dice neppure Gori, che ha fatto invece un’intervista in cui dice cose importanti e su cui è bene riflettere”. Certo, aggiunge Guerini, facendo capire quanto poco abbia apprezzato l’offensiva contro il Pd del Lingotto: “Condivido con lui la preoccupazione di evitare derive minoritarie con scenari francesi”. E lo scenario francese sarebbe un Pd che si divide in due, un partito centrista alla Macron e uno più di sinistra alla Melenchon.

Anche Elly Schlein, parlando in tv a ‘Otto e mezzo, prova ad esorcizzare il rischio scissione: “Non penso che ci sia un rischio di scissione se dovessi vincere, è un messaggio sbagliato. Se saremo in campo ci resteremo qualunque sia l’esito del Congresso. Ci serve coerenza per essere credibili con le persone”.

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